BALLA VIRGI BALLA
di Luisa Caeroni

L’orchestrina suonava a ridosso del Palazzo della Ragione nella bella piazza medioevale. Il chitarrista accompagnava il ritmo della musica con uno strano movimento del labbro inferiore. Il batterista, dalla chioma folta e brizzolata cosparsa sulle spalle, percuoteva i piattelli e la pelle d’asino dei tamburi con diabolica frenesia. Alla pianola, serio ed impettito, un musicante schiacciava i tasti alternando sguardi all’ingiù e all’insù come un vergine in estasi mistica. Gli altri potevano anche rientrare nella normalità, ma l’anacronistico abbigliamento fronzoloso alla cow boy insinuava il sospetto che lo scandire della musica facesse loro ignorare quello del tempo. Erano quasi tutti sulla sessantina. La piazza era gremita di gente attratta dalle sinfonie o dalle pantomime di chi ballava sulla piattaforma di legno installata per l’occasione. Era un assolato pomeriggio di tarda primavera ed io me ne stavo seduta con un’amica su di una panchina poco distante: guardavamo divertite ed ironizzavamo sulla variegata umanità che si presentava ai nostri occhi.
Scorrendo lo sguardo qua e là, vedemmo una donna arrivare in bicicletta. La conoscevamo bene, era Virginia: un’amica e vicina di casa. Anche lei isolò fra la gente i nostri volti e, appoggiato il ciclo al muro, si sedette accanto a noi a conversare.
Le coppie sulla pedana ballavano con impegno e la nuova arrivata, che intendeva divertirsi, si mise subito in mostra per trovare un compagno di danza. Aveva una gran passione per il ballo. Diceva che forse in paradiso si trascorreranno i momenti migliori ballando il valzer al suono di una celestiale musica.
Gli anni di Virginia erano scanditi già settanta volte, ma la pelle del viso, relativamente liscia e i folti capelli biondo rame, alleggerivano la sua anzianità. Era però la simpatia a renderla gradevole, tanto che nessuno disdegnava l’amicizia di questa matura signora.
Si fece vicino un tizio. Aggroppato, con le mani in tasca, lasciando trapelare con questo mancato stile un poco di timidezza, invitò Virginia a ballare. Lei lo tolse subito dall’imbarazzo buttandosi nella mischia. La osservavo con soddisfazione. Vederla volteggiare come una ragazzina, e ridere danzando con l’improvvisato cavaliere, mi apriva il cuore. - Balla Virgi, balla, divertiti! Magari ti restano ancora un po’ di anni per gioire. Magari! –
Pensando alla sua vita, dimenticai tutte le mie malinconie. Un destino avverso l’aveva a lungo abbrancata, lacerata, fatta a pezzi, ma eccola sottratta ad ogni possibile dolore, immergersi in una sognante visione della realtà, senza che nulla più venga a disturbarla. Nulla.

I suoi bei sogni di giovinetta per bene si infransero dopo aver scoperto di essere incinta. Una colpa che non si poteva perdonare. Il fidanzato però la condusse per tempo all’altare e al momento nessuno seppe dell’irregolarità.
L’uomo aveva molti più anni di lei e la trattava con autorità disdicevole. Virginia si illuse che, con l’amore, avrebbe ammorbidito il temperamento duro dell’amato. Dovette ricredersi presto. La notte stessa delle nozze, in un prestigioso albergo sul lago di Garda, dove gli sposini avrebbero dovuto trascorrere i giorni migliori, Giacomo ebbe il primo atteggiamento pazzoide. Dopo che si furono coricati, notando l’orologio al polso della moglie, glielo strappò con furia e lo scaraventò contro il muro, sostenendo che solo le puttane portano l’orologio a letto. Virginia si trattenne dal dare risposta alcuna perché un nodo alla gole ed un profondo stupore le impediva di parlare. Frattanto Giacomo si era girato dall’altra parte ignorando con cattiveria la presenza della sposa. Mantenne un atteggiamento distaccato fino al rientro a casa.
Giacomo Biaggioni era un buon avvocato. Sapeva svolgere la sua professione con perizia, ma i brutti risvolti del carattere non gli permettevano di lavorare con regolarità. Il denaro, quando c’era, lo spendeva a suo piacere, riempiendo la casa di pregiati oggetti d’antiquariato e alla famiglia faceva mancare il necessario. La prole aumentava di anno in anno e quando i figli divennero quattro, Virginia dovette accettare aiuti dai numerosi amici che sapeva mantenere per la sua straordinaria simpatia. Persino i bottegai, se la donna passava verso sera, con il pretesto di dover eliminare prodotti che all’indomani non avrebbero più smerciato, glieli offrivano gratuitamente.
L’allegria venduta in strada, non poteva reggere in casa, quando vedeva il marito maltrattare i figli. Giacomo era eccessivamente irascibile ed insofferente a qualsiasi situazione anomala, cosi ogni problema familiare doveva essere sottaciuto perché non scatenasse le solite scene violente. Nemmeno di notte la povera donna poteva stare tranquilla: l’uomo dormiva con una vecchia pistola sotto il cuscino e non una sola volta Virginia si ritrovò con l’arma puntata addosso.
“In fondo l’amo”, diceva quando qualcuno metteva in dubbio la possibilità di continuare quella terribile routine. “Non è tutta colpa sua. E’ stato torturato in tempo di guerra e comunque non ho alternative. I miei figli devono mangiare. Poi Giacomo non è sempre crudele, ha molti momenti di tenerezza.”
In casa Biaggioni c’erano spesso invitati di riguardo e lei diveniva così ospite raffinata affinché il marito mantenesse quel prestigio che non sapeva conquistare in altre circostanze. Una sera, mentre fervevano i preparativi per una cena con giudici e avvocati, Silvana, la figlia maggiore, entrò in cucina e si mise a fianco della madre concentrata sui fornelli. Abbandonandosi ad un sommesso ma isterico pianto, le disse:
“Mamma, mi hanno violentato.”
Virginia si irrigidì. Un’ombra scura calò sui suoi occhi sbarrati e persi. La postura ben piantata sui due piedi non la fece vacillare, ma un lungo attimo di vuoto le ottenebrò la mente. Poi, dalle labbra asciutte, con tono asettico e timbro baritonale, come la voce di uno spirito maligno rievocato in seduta spiritica, uscirono queste parole:
“Vai in camera tua, stasera c’è gente a cena, ne parliamo domani. Papà non deve sapere”.
Papà non doveva sapere nulla, nemmeno quando la figlia minore non rientrò per ben due giorni. Frequentava l’università a Milano, ma rincasava ogni sera. Virgi e la figlia più grande, il mattino del terzo giorno partirono alla ricerca di Roberta. La cercarono per tutto il centro di Milano, sotto il broletto, fra i tossici accartocciati; non c’era. Verso sera la rinvennero in una viuzza, sdraiata su di un cartone, inebriata dalla droga. La riportarono a casa, ma papà non doveva sapere.
Papà non sapeva, né gli interessava di sapere perché una notte la moglie era tanto agitata. Tutto il pomeriggio erano rimbombate le voci della strage. - Strage alla stazione di Bologna….…- Bomba alla stazione…..- Morti…, feriti…., carrozze divelte, corpi dilaniati. Roberta era partita proprio quella mattina per Bologna. Amici veri la portavano in Grecia a coltivare i prodotti della terra, là dove non c’era eroina, dove non c’erano quelli che gliela offrivano. Amici provvidenziali e generosi che l’avrebbero aiutata a risolvere il suo gravissimo problema. Giacomo non doveva sapere, e fu con me che Virginia prese il treno per Bologna per cercare sua figlia. Dopo la partenza non aveva più dato notizie. Nella città martoriata molti cadaveri dovevano ancora essere identificati e i feriti riempivano le corsie dei vari ospedali.
Roberta. Roberta. Che succede, proprio ora che dovevi guarire! E’ questa? No, non è lei. Questa? No, questa no, forse, non si può capire è piena di sangue. No,… questo anello… questo orecchino…. No. Non è lei. No. Non è lei. Basta non ne posso più! Quanto sangue! Basta! Allora, cerchiamo tra i feriti. Corri, corri all’ospedale, qui non c’è, cerchiamo nell’altro e nell’altro ancora: non c’è, non c’è!
Ritornammo a casa e a Giacomo bastarono le bugie di Virginia; non doveva sapere.
In un momento fortunato squillò il telefono.
“Mamma”
“Roberta dove sei?”
“In Grecia, non ho telefonato prima perché qui è quasi impossibile telefonare.”
“Ma con quale treno sei partita da Bologna?”
“Con quello delle 9,30.”
“Alle 10,15 è scoppiata una bomba alla stazione.”
“Davvero? non sapevo! Qui non arriva alcuna notizia. Sto bene, mamma, non ti preoccupare. Ciao, salutami tutti.”

Balla Virgi, balla, non pensare neppure a quell’icona preziosa con la crocifissione del Cristo, davanti alla quale tuo figlio si inginocchiò per spararsi alla tempia con quell’arma che tu ben conoscevi. Ma questo Giacomo non avrebbe mai più potuto saperlo. Balla Virgi, balla, i disastri del passato sono frantumati sul sentiero già percorso e il presente non basta mai. Balla Virgi, balla prima che l’orchestra deponga gli strumenti.

 

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